A distanza di due mesi e mezzo quella notte gli sembrò paradossale. Lui che guidava lentamente sul raccordo, la città semi deserta.
Cominciava a sentire caldo nella stanza di Lorena, su quel letto disfatto. Il sole si stava alzando, e non aveva voglia di alzarsi per aprire un po’ le tapparelle e lasciar passare un po’ di aria.
Voleva concludere il viaggio nei ricordi di quei quattro mesi, e capire perchè aveva passato la notte ancora una volta la, da Lorena.
E mancava solo l’ultima tappa.
Solo due settimane fa aveva deciso, preso dalla più totale incoscienza, di infrangere la "regola numero uno": mai tornare a casa all’improvviso, senza avvisare.
Quantomeno, citofonare prima di salire.
Era passato un mese dalla "Cena delle confessioni", come la chiamava quando ci ripensava.
E ci ripensava ogni istante.
Avrebbe dovuto andare in ferie. Partire, sparire, eclissarsi. Tre settimane negli Stati Uniti affittando una Harley e viaggiando "Coast to Coast".
Tre settimane in cui sarebbe stato nessuno, in un luogo dove non lo conoscesse nessuno, in cui il suo telefono non avrebbe dovuto squillare.
E forse laggiù, sperduto sulla Route 66 in pieno deserto, con solo un nastro d’asfalto davanti e tutto intorno il vuoto più assoluto, forse sarebbe riuscito a gettarsi tutto alle spalle.
Suo padre.
Lorena.
Almeno per un po’.
Ma poi biognava tornare a Roma.
In casa, ormai, non c’era più dialogo. Dopo la discussione nell’ufficio di suo padre entrambi avevano deciso di non rivolgersi più la parola se non per lo stretto necessario sul lavoro.
Sua madre aveva ricominciato a bere, e passava il suo tempo al telefono. Forse con le sue amiche snob, forse con chissà chi.
E Lorena non lo aveva cercato.
Finchè decise che dopo un mese bastava così e che sarebbe andato a casa di Lorena per dirlglielo.
Per dirle "Basta".
"Sparisci dalla mia vita".
Uscì dal suo ufficio, incurante del fatto che suo padre quel giorno non era a lavoro, guidò come un pazzo furioso e parcheggiando tamponò un marciapiede.
Salì le scale, non poteva neanche sopportare di dover aspettare l’ascensore.
Suonò il campanello ma lei non rispose.
Bussò.
Suonò ancora.
Resistette alla tentazione di urlare contro quella porta ostinatamente chiusa, ma si rese conto che la resistenza sarebbe durata poco.
Infine Lorena aprì, e sgranò gli occhi dalla sorpresa di vederlo la.
Ma non sorrideva.
- No! Non ora! E’ meglio che tu vada, credimi…
Marco lesse, per la prima volta da quando la conosceva, una enorme e inesplicabile paura nello sguardo di lei.
- Stammi a sentire: sono venuto fin qua, ora, perchè non ne posso più…
Lei gli posò le mani sulle spalle. Lo guardò dritto negli occhi, e gli parlò in tono di supplica.
- Marco. Ti prego. E’ davvero importante. Non entrare, non ora. Se vuoi tra mezz’ora ci vediamo al solito bar…
Lui la bloccò, cercando di domare la rabbia e di non essere troppo violento.
Ma volle comunque essere fermo.
- Ascolta. Non mi importa se dentro c’è un altro dei tuoi amanti. Non mi importa davvero. Ma dobbiamo parlare… io non vivo più, e finchè non ti ho detto alcune cose, non riuscirò a stare tranquillo.
Lei era ancora ferma sulla soglia. E implorante. Però… possibile che non capisse quanto fosse urgente parlare con lui?
Senza usare troppa gentilezza, la spostò dalla soglia ed entrò nell’appartamento.
Trovandovi suo padre.
Con indosso solo l’asciugamano.
Come aveva fatto lui tante volte, dopo aver fatto l’amore con Lorena.
Se la "cena delle rivelazioni" era stata surreale, quella scena immobile nel soggiorno in casa di Lorena era davvero oltre i confini della realtà.
Ci volle più di qualche minuto prima che qualcuno fosse capace di pronunciare una sillaba, e fu Lorena a rompere il ghiaccio.
- Marco? Te l’avevo detto che era meglio…
Ma sebbene Marco si limitò a sibilare, la interruppe in tono perentorio:
- Fai silenzio.
E non staccò per un attimo gli occhi da suo padre.
Dal suo integerrimo e austero padre, così ridicolo nel suo fisico da sessant’enne messo così a nudo.
- Tu… tu…
Ma non poteva aggiungere altro.
Non aveva la lucidità necessaria.
Gli voltò le spalle e si dirigette velocemente verso la porta. Nessuno tentò di bloccarlo.
Camminò per tutta la notte, dimenticandosi l’auto sotto casa di Lorena.
Ogni passo lo doveva portare lontano da la, eppure non riusciva a sfuggire da quella visione allucinante.
Nessun pensiero riusciva a fermarsi alla soglia della coscienza per più di mezzo istante, così che era impossibile identificarlo.
Non pensava.
Non provava nulla, si sentiva sospeso nel vuoto. Si sentiva in un limbo grigio dove non esistevano sensazioni.
Qualsiasi emozione era troppo forte da poter essere sopportata: collera, frustrazione, delusione, voglia di piangere, di urlare, di spaccare qualcosa… tutto era troppo.
Troppo.
L’unica cosa che riusciva a fare era mettere un piede davanti all’altro in continuazione, senza volersi fermare.
Finì con il crollare esausto su un marciapiede della Stazione Ostiense, e un poliziotto dovette svegliarlo per chiedergli i documenti. O forse per accertarsi che fosse vivo.
Non ricordava bene cosa fosse successo nel frattempo, si ritrovò due giorni dopo nel suo letto, da solo, nella sua stanza buia, da solo, con l’immagine di suo padre nudo, da solo, ancora incapace di formulare un pensiero razionale.
Da solo.
Qualcuno gli portava i pasti, lo accudiva.
Forse un’infermiera.
Era impossibile che quel fantasma alcolizzato di sua madre fosse capace di…
Poi, dopo giorni, mentre la lucidità tornava lentamente a prendere il sopravvento, riconobbe il profumo.
E riconobbe anche il luogo: quella non era la sua camera.
Era a casa di Lorena.
Ma era troppo debole per reagire come avrebbe voluto.
Non poteva alzarsi, figuriamoci farlo di scatto.
E Lorena entrò in quel momento con il vassoio del pranzo.
E sgranò gli occhi sorpresa:
- Finalmente! Sei sveglio!
Marco provò a parlare, ma si accorse subito che la sua voce era debole. E roca.
Quanto aveva pianto, o urlato, senza che se ne rendesse conto?
- Lo… Lorena… perchè…. sono qua?
- Perchè altrimenti tuo padre ti avrebbe ammazzato con le sue mani dopo la telefonata della Polizia.
Ah!
- Raccontami… tutto…
- Ecco… quando sei andato via, tuo padre si è vestito in silenzio, ma era furibondo. Io non sapevo che fare. Se n’è andato senza dire niente.
Silenzio.
- Il pomeriggio dopo è venuto qua, forse voleva parlarmi perchè aveva un’aria grave… ma non appena è entrato gli è squillato il cellulare. Era la Polizia che lo avvertiva di averti trovato. Quel cellulare ora è nella spazzatura, perchè lui lo ha scagliato contro una parete… così forte che ha rotto un bel pezzo di intonaco, ma lasciamo perdere. E’ andato via in collera, senza dirmi niente… ma mentre parlava al telefono avevo capito che ti avevano trovato ad Ostiense, e mi sono precipitata. Forse lui non voleva saperne, o forse non aveva capito bene dove fossi, ma … non importa. Sono arrivata prima io, e ti ho portato qua.
Nonostante tutto, Marco era di nuovo sveglio. E padrone di sé.
- Ovviamente… lui non sa… che sono qui…
- No. E non l’ho più sentito da quel pomeriggio.
Non era proprio un bene essere lucidi, ma fra le mille domande che lo assalivano ce n’era una importantissima:
- Perchè? … Perchè hai fatto tutto questo?
La risosta di Lorena fu un bacio. Sulla fronte.
- Riposa ancora un po’… ne riparleremo.
E Marco riposò per altri due giorni, finchè non fu in grado di alzarsi e vestirsi da solo.
Gli stessi vestiti che indossava quel giorno, lavati stirati e messi su una sedia, pronti ad essere indossati.
Lorena non era in casa, e forse era meglio così. Uscì, si chiudette la porta alle spalle e riuscì in qualche maniera a trovare un internet point poco distante.
Riuscì a telefonare a Gianni, spiegargli brevemente la situazione e convincerlo a farsi ospitare per qualche tempo.
Era un amico.
Sempre nel letto di Lorena, aspettando che lei uscisse dal bagno, ricordò quel periodo a casa di Gianni. Fu come un toccasana, in pochi giorni riuscì a riprendersi fisicamente dallo shock che aveva subito, e in qualche maniera tornò alla normalità.
Furono le partite, le birre, le serate in giro per Roma a far tutto fuorché parlare di donne.
Gianni aveva capito.
E Marco non sarebbe mai riuscito a sdebitarsi.
E quel periodo, quasi un mese, gli diede la forza per sopportare la telefonata di Lorena…
- Ma hai preso il vizio di andartene via senza salutare?
Lorena.
- Lo… Lorena… oddio… come mai…
Quasi balbettava, ma la sorpresa era troppo grande.
Era un mese che non ci pensava.
- Come mai? Hai lasciato la macchina sotto casa mia, e le chiavi sul mio comodino. Quantomeno, mi aspettavo che chiamassi per venire a riprenderle…
Vero. Aveva dimenticato anche quello.
- No, ma … sai…
- No, no! Non hai più scuse: stasera vieni qua e ti riporti via tutto.
Rideva, come al solito.
Lo stava invitando, naturalmente. Come se niente fosse.
Ma lo faceva nel suo modo dolce e sereno.
Niente sarcasmo. Niente ironia pungente.
Era difficile resistergli.
- D’accordo, ma passo solo per quello. Poi… ci salutiamo.
- Sarà un addio, allora?
- Si.
Ed era convinto, fermamente convinto nel dirlo.
Stava troppo bene in quel periodo, e gli mancava così poco per riacquistare le forze necessarie a gettarsi alle spalle la sua famiglia, il suo lavoro, i soldi di suo padre … la sua vita precedente.
Un grosso "Vaffanculo" a tutto, e da quel momento avrebbe dovuto ricominciare da capo.
Gli mancava poco per riacquistare in pieno le forze, ma ne aveva già abbastanza da iniziare la nuova strada facendo il primo passo, il più importate: dire addio a Lorena.
E dirglielo in faccia.
Ma che ironia!
Com’era facile ridere di se stessi e dei propri comportamenti stupidi!
Solo poche ore prima… il pomeriggio precedente a quella mattinata in cui si era risvegliato nuovamente nel letto di Lorena, con lei che ci impiegava un’eternità in bagno, era convinto che sarebbe riuscito a dirle addio.
Invece, come nel più patetico dei romanzi Rosa di serie B, ci era ricascato.
E ora?
Ora che aveva ripercorso con i ricordi tutti quei pazzeschi quattro mesi, a cosa gli sarebbe servito?
Era lì. Nudo. Nel letto di Lorena.
E sapeva che anche suo padre ci sarebbe tornato, se non lo aveva già fatto.
Lorena aveva vinto, per ora.
- Amore? Ho finito…
Sorrise, uscendo dal bagno.
Sempre così serena, sempre così dolce.
E con il suo profumo.
- Si, adesso ci vado…
Alzandosì le si avvicinò e, d’improvviso, la strinse tra le braccia.
- Hey! Ma insomma! Non ti è bastato stan…
Lui la zittì poggiando delicatamente un dito sulle sue labbra.
E le sorrise.
Riusciva a sorriderle finalmente.
- Ora basta. Voglio capire alcune cose…
Aveva capitolato. Le sue riflessioni lo avevano portato a quel punto.
Finalmente sorrideva perchè, dopo tutto, non c’era nulla di tragico in tutto cio’:
- … parlami ancora una volta del tuo modo di vedere l’amore.
Pausa.
- Voglio impararlo anche io.
FINE
Rob
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