(This blog was Wireless Industrial Puppet)
29 November 2007 by Rob

Infinite divagazioni…

Cercando, esplorando, curiosando e divagando: la potenza di internet è tutta in questi quattro verbi coniugati nel modo gerundio. E accade che "il naufragar m’è dolce in questo mare"… letteralmente parlando.

Stavo cercando una cosa a proposito di una frase contenuta in un’opera poco studiata (a scuola) di un importantissimo poeta di una importantissima epoca letteraria italiana. Una frase che ricorre spesso nelle mie giornate… Cercavo, appunto, l’opera da cui è stata tratta questa frase: sapevo quale opera fosse, ma ero curioso di leggerla per intero…

Trovati i primi riferimenti, stavo esplorando le pagine che riportano il materiale di questo importantissimo autore. Esplorando, mi sono stupito di me stesso mentre stavo curiosando nella sua non eccessivamente vasta letteratura, al punto da ritrovarmi inevitabilmente meravigliato mentre stavo divagando su un pensiero a proposito delle sue opere più famose… quelle che si studiano anche alla scuola elementare, e che vengono fatte digerire a forza come una specie di "olio di ricino", al punto da indurre alcuni a detestare quella imposizione. Compito a casa: imparare a memoria la poesia Questa bella poesia del Tizio Caio di turno. Mandi a memoria quei versi senza comprenderli, li reciti a cantilena di fronte alla maestra, magari li reciti a memoria anche di fronte al nonno che ti allunga una cinquemilalire (ai miei tempi i nonni erano meno generosi) per comprarti il gelato. E il senso della poesia era solo il voto, o il gelato.
Quando ti andava bene. Quando eri un allievo scrupoloso, di quelli con il fiocchetto del grembiule sempre in ordine, lindo e pinto, con i quaderni puliti e senza orecchie (alcuni usavano foderare addirittura i quaderni per non rovinarli), senza che vi fossero pagine strappate per fare gli aereoplanini di carta o proiettili per cerbottane. Quegli allievi con le matite ben temperate, con le penne non mangiucchiate, che incolonnavano le cifre con precisione sul quaderno di aritmetica e che avevano una grafia aggraziata, i cui temini (o "pensierini" come li chiamavamo in prima elementare) erano qualcosina di più di qualche frase scarabocchiata là di fretta e furia.
Quelli che non prendevano Visto, ma Buono o addirittura Ottimo.
Quelli che imparavano le tabelline alla perfezione e, appunto, le poesie a memoria.
Ecco, io non ero tra quegli allievi: matite e penne mangiucchiate, grafia sgraziata, orecchie sui quaderni e mille aereoplani o barchette che riducevano i quaderni a moncherini. Non ero un bambino "vivace", anzi forse fin troppo tranquillo… ma non sopportavo le pareti mentali che l’insegnamento della maestra voleva imporci.
E, anche se andavo benino in aritmetica e facevo dei bei disegni, non sono mai riuscito ad imparare a memoria una poesia.
Neanche quelle semplici.

Sono passati degli anni, sono cambiate delle cose.
E’ la vita, ovvio.
Ma mi ritrovo a trent’anni a …. curiosare tra le opere di un Poeta che ho studiato solo scolasticamente, e riscopro una poesia nota.. anzi, notissima.
Mandata a memoria (per chi ci è riuscito, ovvio), letta e riletta.
Commentata e stracommentata.
Sottovalutata, decisamente.

Tuttavia…
In tutto il mio divagare di oggi, mi sono soffermato su quei versi. E, forse per la prima volta in vita mia, li ho sentiti in me.
Ho chiuso gli occhi un attimo per assaporarne la bellezza e la musicalità, e per godere delle immagini evocative che sono racchiuse in questi versi.
La natura. Lo spettacolo senza repliche né prove.
L’immensità del silenzio.
La riscoperta dell’Infinito…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

(Giacomo Leopardi)

R.

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