il 12/6/2008 alle 14:59
motivo: citazioni, il mondo, musica
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Libere associazioni di idee.
Roma mezza bloccata dal traffico, paralizzata per colpa della visita di Bush.
La radio ha trasmesso “Hey Jude” (che ho cantato a squarciagola in macchina, giuro…) dei Beatles, e subito dopo un altro pezzo di un gruppo americano.
Dicevo, libere associazioni di idee.
Bush è americano.
I Beatles inglesi.
Anche l’altro gruppo che ho sentito dopo è americano; dal nome si capisce chiaramente che si trattava di uno dei tanti tentativi di “imitare” il quartetto di Liverpool. Tentativi infruttuosi, perchè c’è una cosa che i gruppucoli epigoni americani non sono mai… e sottolineo mai… riusciti ad imitare. Ma lo svelerò dopo.
Insieme a questo gruppo, poi, mi sono venuti in mente almeno altri due epigoni, e forse ce ne saranno anche altri che al momento mi sfuggono.
Addentriamoci dunque nella trattazione storico-musicale semiseria (o semidivertente, fate un po’ come vi pare…).
The Monkees.
… E chi non ha mai visto “Shrek” alzi la mano. Ma non importa, tanto la canzone era già celebre di suo e lo è diventata ancora di più nella versione degli Smash Mouth per la colonna sonora di Shrek.
Ma non divaghiamo…
I Monkees furono un progetto ideato nel 1965 da un produttore di Los Angeles, Don Kirshner, per cercare di contrastare la dilagante “Beatlemania” con un prodotto “Genuine made in U.S.A.”. Furono scelti quattro attori, quattro bei volti, e fu prodotta una serie televisiva per la NBC che un po’ ricalcava i canoni del film “A hard day’s night” dei Beatles: ironica, confusionaria, scanzonata. E il nome stesso è una chiara e sfacciata “scopiazzatura” del nome Beatles che vede Monkees come storpiatura di Monkeys laddove Beatles era storpiatura di Beetles. Ma in realtà, la musica dei Monkees era suonata e cantata da musicisti professionisti, turnisti di studio, mentre i quattro attori scimmiottavano l’esecuzione facendo finta di suonare gli strumenti. Vedendo il video bisogna però pagare tributo agli attori, perchè in realtà sapevano suonare… ma non così bene come i turnisti che hanno inciso in realtà i brani dei Monkees. Nel corso degli anni, poi, la formazione ha subito vari cambiamenti, trasformandosi da semplice progetto commerciale in vero e proprio gruppo che, inevitabilmente, ha affrontato un declino artistico e di popolarità. Oggi sono ancora in attività, ma sono l’ombra di se stessi e calcano la mano ancora sui vecchi successi degli anni ‘60.
Cio’ non toglie che fossero un tentativo patetico di imitazione dell’immagine dei Beatles, e per giunta un tentativo maldestro: nel 1965 i quattro di Liverpool stavano affrontando un cambiamento che li avrebbe portati a maturare e a reinventarsi sganciandosi sempre più dall’immagine dei capelloni scanzonati e irriverenti, dall’immagine leggera e ancora adolescenziale che avevano fino a quel periodo. E tale cambiamento fu segnato dai due dischi consecutivi “Help” e “Rubber Soul” che prepararono la strada al meraviglioso (e sottovalutato) “Revolver”.
The Turtles (o anche Tyrtles).
Diversamente dai Monkees che furono, sostanzialmente, un progetto “nato a tavolino”, i Turtles in realtà erano un gruppo che si era formato in piena autonomia. Sempre a Los Angeles, e sempre nel 1965. Inizialmente battezzati “The crossfires from mars” mutarono il nome in “The Tyrtles” per stare dietro alla moda che voleva contrastare la “Beatlemania” con prodotti “Genuine made in U.S.A.” (ho trovato il tormentone per questo articolo…).
Non riscuotendo successo, furono ribattezzati in “Turtles”, e finalmente riuscirono a piazzare la loro hit, ovvero questa “happy together” che non risulterà del tutto nuova a chi ha una certa memoria in materia di spot di compagnie telefoniche.
Come già detto poc’anzi, i Turtles non possono paragonarsi ai Monkees per via del fatto che si trattava di musicisti veri, ma in ogni caso la mano del produttore che li ha plasmati in epigoni dei Beatles si sente, e si vede: il nome che era un gioco di parole che richiamava ad una specie animale, lo stile musicale ed il look, il modo di stare sul palco e di agitarsi mentre suonavano. Tutto questo non per scelta artistica, ma perchè c’erano i Beatles da contrastare. Perchè c’erano anche i Monkees, prodotto di una casa discografica rivale, da contrastare.
Perchè quella era la moda.
Ma i Turtles si sono limitati ad una hit veramente famosa, e a poche altre sempre di minor successo, che li hanno portati ad un declino quasi inevitabile.
E come per i Monkees il tentativo di imitazione è maldestro e mal riuscito: lo stile era calato dall’alto, era pianificato a tavolino, e si è fermato su canoni che gli stessi Beatles stavano abbandonando, come ho detto poco fa.
The Byrds.
Qua parliamo di un gruppo nato nel 1964, e siamo sempre sulla west-coast, ovvero Los Angeles.
Si, parliamo di un certo tipo di sonorità che immancabilmente seguiva la moda (però con qualche tratto distintivo e originale, come i riff di chitarra).
Si, “di moda” era anche il nome: Byrds come storpiatura, o gioco di parole, di Birds ovvero uccelli.
Si, il modo in cui si presentavano era quello: quel tipo di taglio di capelli, vestiti tutti uguali, quel tipo di disposizione sul palco. Emblematico è questo video con la presentazione enfatica e le ragazzine urlanti e deliranti. Scene beatlesiane sia sul palco che sugli spalti.
Percio’ è ovvio che i Byrds furono considerati “la risposta americana ai Beatles”. Contrastavano la “Beatlemania” con un prodotto “Genuine made in U.S.A.”. Appunto.
Tuttavia, rispetto a Monkees e Turtles (o Tyrtles), avevano un certo non so ché di fondo che li distingueva nettamente dai progetti commerciali di epigoni dei Beatles. Erano, fondamentalmente, bravi a suonare e facevano bella musica. E, soprattutto, non erano nati “a tavolino” come i primi due gruppi, ma si proponevano artisticamente in una certa maniera… a tal punto che tra cambi di formazione e parallelismi vari, si sono evoluti in continuazione e continuano tutt’ora a suonare pur vedendo impegnati alcuni dei loro componenti in progetti paralleli.
In particolare, Roger McGuinn che canta da solo e, soprattutto, David Crosby che fa parte del famoso progetto Crosby, Still, Nash & Young.
Insomma, nessun “fenomeno commerciale”, ma artisti veri che, nella prima parte della loro carriera, sono stati forzatamente etichettati come “epigoni dei Beatles”.
Tiriamo le somme…
… e chiudiamo questo breve scorcio degli anni ‘60 americani raccontati attraverso una moda imperante a Los Angeles nel 1965: contrastare la “Beatlemania” con un prodotto “Genuine made in U.S.A.”.
Stamattina ero bloccato nel traffico per colpa del presidente degli U.S.A. che veniva in visita nella nostra capitale con tutta la sua tracotanza, a mostrare i muscoli della sua nazione con un corteo chiassoso e ingombrante, con il suo stramaledetto “cono d’ombra” elettronico, incurante dei disagi che causa.
Lui ed il suo atteggiamento da imperialista, viene a chiedere maggiore intervento dell’esercito italiano nella guerra in Afghanistan, e coerentemente con la sua ipocrisia va a baciare poi l’anello del Papa.
E riflettevo appunto all’atteggiamento degli U.S.A. che mal digeriscono molte cose che arrivano dall’esterno, e ci riflettevo relativamente alla musica. Negli anni ‘60 e ‘70 la maggior parte degli artisti e dei gruppi che hanno fatto il rock e la storia della musica moderna erano inglesi: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Deep Purple… e mi fermo qua. E agli Stati Uniti, tendenzialmente autarchici quando non addirittura imperialisti a livello culturale e commerciale, la cosa non andava giù. Così bisognava a tutti i costi far capire che loro erano capaci di fare altrettanto, se non meglio, degli inglesi.
Con un particolare accanimento verso i Beatles, come dimostrano questi tre esempi che ho citato.
Li hanno imitati, scimmiottati, li hanno accostati in maniera del tutto impossibile a realtà comletamente diverse, hanno cercato di sminuirli. A volte i risultati sono stati comunque buoni dal punto di vista puramente musicale / artistico, altre volte si è trattato di tentativi patetici che sfociavano nel ridicolo, ma certamente hanno contrastato il fenomeno Beatles con la peggiore delle strategie: invece di inventarsi cose nuove, li hanno copiati e, stando ai riscontri di pubblico e vendite nel mercato interno, li hanno copiati bene.
Tuttavia… c’è una cosa che non sono riusciti a copiare dai Beatles, ed è quella che ha fatto davvero la differenza, che ha immortalato i quattro di Liverpool e praticamente annientato i vari epigoni.
La loro Musica.
I Beatles erano John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr.
Scusate se è poco.
R.
