il 14/3/2009 alle 11:09
motivo: mio
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Ci sono due modi di vedere la mia vita attuale, due punti di vista opposti e spesso contrastanti. Se la guardo dal basso, la mia vita appare rosea, quasi un ideale: ho un lavoro decente e pagato in maniera dignitosa, ho un tetto sotto cui riposare, ho di che vestirmi, ho una macchina, la salute mi sostiene nonostante tutti i guai piccoli e grandi che a volte mi capitano, non ho handicap fisici che mi impediscano di fare una vita normale… e più vado avanti ad elencare le cose positive, più ce ne sono. E, cosa più importante, ho una persona accanto che mi ama, e che amo con tutto me stesso… e questo rende la mia vita meravigliosamente completa.
Tuttavia, se cambio prospettiva e osservo la mia vita dall’alto delle mie aspirazioni, scopro che la maggior parte di esse sono disattese.
Il tetto sulla mia testa non è mio, e non è una sistemazione che mi soddisfa… non rappresenta uno spazio confortevole, non è il mio spazio nel quale rifugiarmi, non vivo accanto alla persona che amo. E questo discorso si estende anche alla città in cui vivo, e che a malapena sopporto.
Il lavoro non progredisce come avrei voluto, è soffocato in parte dalla “crisi” che la nostra società sta passando, e in parte da tanti altri fattori che non sto ad elencare, ma che vanificano ogni mio sforzo di migliorare la situazione lavorativa. Perchè doverla migliorare, se poc’anzi ho detto che è più che soddisfacente? Semplice: ora come ora, non posso pensare a farmi una famiglia o ad avere una casa tutta mia. Male comune, certo, ma non per questo meno sopportabile…
Della salute non parlo, sto uscendo ora da una brutta crisi al fegato… Certo, ne sto uscendo sano e salvo, e magnificamente a quanto pare, ed è un bene che io mi sia spaventato; Ho un motivo per rigar dritto d’ora in avanti. Tuttavia, non è la salute fisica a preoccuparmi: quella, alla fin fine, c’è. Mi preoccupa la mia salute mentale, e i problemi che da una vita mi porto appresso. L’inquietudine, e la profonda insoddisfazione verso me stesso che fanno da filo conduttore della mia vita. E’ l’insoddisfazione per quello che ho che mi ha spinto a numerose scelte (a volte sbagliate, a volte no) che hanno modellato la mia vita attuale, e questa profonda insoddisfazione è la causa principale del mio malessere, e oltretutto mi fa scrivere queste righe.
Ho parlato di sogni infranti e di speranze disattese. Già. Un essere umano dovrebbe compiere azioni e fare scelte in base alle sue aspirazioni, in base ai suoi sogni e alle sue speranze. Da bambini ci si immagina spesso quale sarà il proprio lavoro futuro, e si sogna di poterlo fare. Spesso si cambia idea, certo, e ancora più spesso si cambia idea molte volte; fino a quando, intorno ai 12-13 anni, ci si trova a dover scegliere in parte il proprio futuro.
Così accade che l’ansia di dover operare questa scelta confonda le idee, e come ulteriore fattore di ansia si aggiungono alle proprie aspettative e i propri sogni, le aspettative ed i sogni dei propri genitori e di chi ci circonda.
A sei anni, quando ho visto per la prima volta un computer, dissi che avrei voluto fare il programmatore. Non mi interessava tanto la parte tecnica, quanto la possibilità di poter creare (con il computer… ) qualsiasi cosa mi fosse venuta in mente. E di immaginazione, allora come ora, ne avevo tanta.
Però, sempre in quel periodo, cominciavo ad avvicinarmi agli strumenti musicali con curiosità. Un pianoforte in casa di mia zia, una diamonica, un flauto. E la musica mi veniva fuori.
E la musica mi era entrata nel cuore senza che ancora lo sapessi.
Dovetti fare i conti con una situazione in cui non si poteva tanto decidere. C’erano pochi soldi in famiglia, e non era possibile permetterci di comprare uno strumento musicale che non fosse un giocattolo. Bisognava pensare alle “cose serie“, la musica non dava da mangiare. E così, il piccolo Roberto doveva reprimere la sua passione per la musica prima ancora di sapere di doverlo fare per tutta la vita.
Alle medie la situazione non cambiò, ma la mia passione per la musica e la voglia di farla diventare la mia vita crescevano di pari passo. Però non riuscii a far sì che i miei cari prendessero sul serio questo mio sogno, e non ci sono mai riuscito. L’adolescente Roberto era un futuro ingegnere agli occhi dei suoi genitori, un piccolo genietto nei confronti di qualsiasi cosa fosse tecnologico. L’adolescente Roberto sognava anche di volare sugli aerei, all’epoca, ma dovetti desistere quando compresi di non essere fisicamente in grado di poterlo fare davvero per colpa della vista. Eppure, quella delusione non mi ha mai segnato così profondamente, al punto che oggi ne rido… ma non mi va di divagare ulteriormente.
L’adolescente Roberto non doveva studiare musica, perchè non era una cosa seria.
Ora la smetto, questa storia sembra tutta una lagna inutile anche ai miei occhi. E sembra una pericolosa accusa nei confronti di chi, invece, cercava di fare solo il mio bene.
Il punto di tutto questo discorso è un altro, e riguarda la prospettiva dalla quale devo decidere di guardare la mia vita. Dal basso, o dall’alto?
Non è una questione di bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti, perchè nessun bicchiere sarà mai abbastanza pieno per nessuno e ciascuno di noi esseri umani, ad un certo punto della propria vita, soffre in misura maggiore o minore della sindrome dei rimpianti. Avrei potuto, avrei dovuto, come sarebbe stato se… tutte frasi da bicchiere mezzo vuoto, e chi invece si ostina a guardarlo mezzo pieno non fa altro che cercare (e infine trovare) una consolazione ai propri rimpianti, altrimenti questi stessi rimpianti gli corroderebbero l’anima e gli farebbero scrivere a tinte fosche come oggi sto facendo. E potenzialmente rovinerebbero tutto ciò che di buono rimane, rovinandogli la vita.
Ripeto, non è una questione di bicchieri. Io amo e apprezzo tutto ciò che ho, e sono sinceramente contento di non avere guai. C’è solo un grande sogno infranto, una grande speranza disattesa… così grandi da rendere profondamente amaro il rimpianto di non essere riuscito a inseguire quella speranza e realizzare quel sogno. Ed è così amaro il rimpianto da farmi dubitare sulla grandezza del mio amore per la musica… Se l’amo così tanto, perchè sono stato così poco tenace? Avrei potuto insistere e far sì che mi lasciassero studiare. Avrei dovuto sacrificarmi di più invece di perdere così tanto tempo. Come sarebbe stato se non avessi lasciato decidere gli altri al posto mio?
Avrei potuto… avrei dovuto… come sarebbe stato se… eccomi impelagato nelle sabbie mobili del rimpianto.
No, i bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti li lascio ai filosofi, a chi non fa ragionamenti da due soldi come li faccio io. E poi, con tutto questo riflettere non risolvo nulla; forse, in parte, mi consola l’idea di avere ben chiaro qual’è il mio problema: in quanto musicista, non so accettare quel che sono ora. E di conseguenza ho ben chiara anche la soluzione, ma non so accettare neanche quella.
Nonostante tutto, anche se dovessi farmi del male, io continuerò a suonare.
R.
